METTI UN GIORNO CON I “TROCKADERO”

Articolo pubblicato su GbOpera Magazine, 17 Novembre 2013

Con il ruolo di canzonatori ufficiali del balletto classico, ospitati e acclamati da tutti i palcoscenici internazionali, i Trockadero si possono definire un marchio di ilarità per intenditori e non. La compagnia maschile che danza la parodia del vasto repertorio classico en travesti di tutù e punte numero 45, è conosciuta dal 1974, quando Peter Anastos, Natch Taylor and Antony Bassae decisero di produrre dei piccoli stacchetti sul tema, messi in scena in sordina off Broadway. Se ne accorse Arlene Louise Croce, autorevole critica di danza che ne decretò la prima ondata di popolarità con un’ottima recensione su The New Yorker.  Le loro gag sui grandi passi a due sono ormai citazioni di un repertorio di rito tra i ballettomani, siano essi performer o appassionati, solo nicchia di un pubblico molto vasto che coinvolge curiosi di tutte le età.
Ne è stata la riprova l’audience che il 17 novembre ha riempito le poltrone del Teatro del Giglio per lo spettacolo dei Trocks, un melange di piccole chissà se future ballerine, coppie gay ed etero, famiglie e pensionati, che poco sembravano condividere tra loro e con il mondo del balletto. E’proprio questo coinvolgimento unilaterale che sbalordisce e decreta la profondità del successo della compagnia, certamente favorito dalla consapevolezza da parte dei direttori che sia proprio questa prospettiva quella da custodire e coltivare. Così i Trokadero si fanno un po’ ambasciatori di quella efficace politica di gestione artistica che ha da sempre contraddistinto le istituzioni culturali americane: contatto diretto col pubblico e progetti educativi che lo implementino. Ecco quindi la dimostrazione pomeridiana di trucco scenico tenuta da Chase Johnsey, membro della compagnia drag dall’età di 17 anni, e la classe con prove prespettacolo aperta al pubblico con i Trockadero al completo. Due appuntamenti che permettono al pubblico di affezionarsi a ciascun ballerino in preparazione della performance, generando una divertente sorpresa alla visione dei rispettivi alter ego in costume.
Seguendo l’abilità di Chase nel cancellare con luci e ombre i tratti mascolini dal viso, applicare ciglia finte, ombretti e infine la parrucca, si entra nell’introspezione di una trasformazione, un ricordo occidentale del Kabuki giapponese, “Per questo il pubblico in Giappone ci adora, abbiamo un sacco di fan che ci aspettano dopo lo spettacolo che rimangono sempre disorientati nel vedere le nostre sembianze senza make-up”. Non ci sono truccatrici, ognuno sceglie la ballerina che vuole diventare ingigantendo o cancellando i suoi difetti, il trucco è personalizzato tranne due must imposti dalla compagnia, rossetto rigorosamente rosso e ciglia finte: “Le incollo con il lattice perché tiene di più, me le faccio bastare per un mese intero perché sono costose!”, precisa la quasi Yakatarina Verbosovich, nome d’arte di Chase dopo la trasformazione al femminile. Poi si passa alla lezione di rito, sul palco, a scena aperta. Sono lontani i tempi dei Trocks dalle linee femminili e dalla tecnica impeccabile; fin dalla sbarra si colgono e si apprezzano l’assortimento fisico e il livello non omogeneo, per cui ogni danzatore brilla in una sua specialità. La direzione scelta sembra quella di esaltare le qualità umoristiche di corpi dissonanti e trarre vantaggio dalle loro naturali  o raffinatamente congegnate propensioni attoriali.
Lo spettacolo ne è la testimonianza: la tradizionale presentazione della voce fuori campo rincuora il pubblico comunicando che “Questa sera le ballerine sono tutte di ottimo umore”. In scena quindici dive russe, tra cui ben cinque italiane, che grazie a trucco e costumi diventano l’incarnazione dello stereotipo classico, a interpretare prime donne russe dall’aspetto grottesco che alternano inaspettata grazia a goffe cadute di stile, o premier danseur sgonfiati della loro mascolinità e ridotti a vanitose minacce per la visibilità delle ballerine.
A scaldare l’atmosfera il masterpiece dal II atto de “Il lago dei Cigni”, in cui Robert Carter simula le movenze di un cigno con l’armoniosa eleganza di chi è completante estraneo ai molesti starnazzamenti che insaporiscono le musiche di Tchaikovsky, i suoi interventi comici sono distribuiti con intelligenza senza mai cadere nel banale. Certe sottigliezze sono addirittura comprensibili solo da chi il repertorio lo conosce bene, ma tutto il pubblico ride comunque fino alle lacrime su trovate geniali come il pas de quatre dei cignetti, dove una ballerina benevolmente smorfiosa, interpretata dall’esilarante Davide Marongiu, non riesce a stare al passo. Il pas de deux a sorpresa della serata è “Don Chisciotte” con tanto di coda completa di fouettes ben eseguiti da Chase Johnsey, una Kitri conturbante anche per avvenenza.
Segue l’attesissima “Morte del cigno” su musiche di Camille Saint-Saëns, originariamente coreografato da  Mikhail Fokine per  Anna Pavlova, che ne instradò la  tramandata versione drammatica e sofferta, terreno fertile per il tragicomico cigno di Carlos Renedo, che perde piume a cascata dal tutù e sembra non accettare la fatale sorte che lo attende. A tratti sbatte le ali nervosamente ma poi si attiene al copione di una posa finale ormai parte dell’immaginario collettivo, poco realistica, ancor meno congeniale e di faticoso equilibrio.
L’attenzione si affievolisce con “Go for barocco” la coreografia di Peter Anastos su musica di Bach, che riprende “Concerto barocco” di Balanchine, con meno clownerie per il grande pubblico e più sottigliezze da esperti. Le interpreti si ingarbugliano spassosamente negli intricati passaggi tra le posizioni in cui si tengono per mano e i gli spostamenti diventano una marcetta atletica a prendersi gioco dello stile neoclassico USA di inizio ‘900.
L’ultimo pezzo in programma è tratto dal III atto del balletto Raymonda, creato da Petipa su musiche di Alexander Glazunov. Raffaele Morra interpreta la giovane principessa ungherese, competitiva e indispettita da accidentali intralci con le ballerine del corpo di ballo, ma elegante e raffinata nella sua variazione. Si sono anche distinti nella loro esecuzione solistica un angelico e accurato Philip Martin-Nielson e la tecnica ineccepibile diCarlos Hopuy,  con le sue gambe dai sinuosi tratti femminili. Qui i momenti comici si attenuano e parla la tecnica, anche se in generale verrebbe da chiedersi per quale ragione i ballerini non si servano di escamotageridicoli per camuffare qualche pirouette mal riuscita, loro che possono! Il gran finale inaspettato riunisce tutti i ballerini in una danza sfrenata sotto una roteante strobosfera, un tripudio di energia e personalità stravaganti che sono l’essenza di quella bellezza senza trucchi che proprio i Trockadero paradossalmente divulgano. Il pubblico ne rimane contagiato e scandisce la musica con applausi ritmati. Visto il calore dimostrato dall’audience una seconda apertura di sipario sul finale non sarebbe guastata.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...