“TOROBAKA”: IL FLAMANCO DI GALVÀN SI FONDE CON L’INDIA DI AKRAM KHAN

Articolo pubblicato su Gb Opera Magazine, 16 Dicembre 2014

Recarsi a teatro per guardare uno spettacolo di danza contemporanea nel 2014 non implica più che la performance in questione si fondi sul movimento. Anzi, spesso l’immobilità, la maschera di un teatro danza portato all’estremo, giustificano e vestono di abiti seducenti il nulla. La triste abitudine ad essere ingannati e ancor peggio la rassegnazione ad una pratica che dogmatizza lo status della danza odierna, enfatizzano e producono puro godimento nello spettatore incredulo di fronte a quasi due ore di spettacolo interamente e superbamente danzato da due protagonisti che hanno la risonanza di un intero corpo di ballo.
Così Torobaka, lo spettacolo firmato Akram Khan e Israel Galvàn de los Reyes in tour europeo dal giugno 2014, diventa un’ondata di energia palpabile, una miscela di tradizioni nata da una sola matrice, la dinamica di corpi, voci e musica che con cura e precisione risvegliano l’innata eleganza di un movimento primitivo.
La piattaforma circolare illuminata rischiara appena i volti di cantanti e musicisti nella reminescenza di un bolero che si contamina di zarzuelas e sonorità indiane. Galvàn a Khan sono due animali rari, quelli indicati dal titolo dello spettacolo, l’impeto del toro spagnolo e la sacralità della vacca indiana, ambasciatori di due mondi che si completano nella loro fusione.
Il ritmo è fatto di palmas che sfidano il contrattempo di piedi scalzi e le sonorità delle tablas di B.C. Manjunath, in dialoghi spesso esilaranti dove anche la voce dei danzatori diventa parte dell’accompagnamento. Galvàn e Khan non potrebbero essere più diversi, il primo altero ed elegantemente spigoloso mentre Kahn cremoso nel suo impasto di densità volubili. La loro forza sta nell’eguagliarsi per bellezze talmente diverse anche e soprattutto nei duetti in sincrono. Non si preferisce uno dei due, ma si palleggia increduli da un corpo ad un altro per assaporare diverse personalità.
L’assolo di Galvàn è un concerto al microfono, suoni gutturali che accompagnano riproduzioni animalesche ed echi di caccia. La danza è un moto continuo e frenetico di grande prova fisica e precisione di gesti, sodalizio di un fragile equilibrio tra ritmo, musica e voci.
Khan fa il suo ingresso con delle scarpe bianche calzate alle mani e replica alle provocazioni gitane de cantante Bobote con influssi di kathak, antica danza indiana. A rievocare esplicitamente l’influenza Bangladesh il ritornello della poesia dadaista di Tristan Tzara e i sonagli indossati da Khan su mani e caviglie, strumento musicale ancor più che estetico a impreziosire dei costumi neri che nella loro sobrietà riassumono nuovamente l’eleganza del flamenco e l’essenzialità del kurta bengalese.
Contribuiscono alla commistione di influenze, i canti siciliani, sardi e corsi che diventano protagonisti sulla scena attraverso le disperate cantilene di David Azurza e Christine Leboutte. Esilaranti nella loro fisicità sembrano essere anch’essi danzatori, abili nel giocare col loro strumento e convincenti per abilità attoriali.
L’applauso finale è talmente influenzato dal ritmo incalzante dello spettacolo che si regolarizza in un sincrono perfetto quasi da subito, un’immediata prova di coinvolgimento, preziosa conferma per gli artisti sul palco. Foto Jean Louis Fernandez

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