PARIGI, OPÉRA BASTILLE: “DON GIOVANNI”

Articolo pubblicato su GbOpera Megazine, 20 Gennaio 2015

Capita sempre più spesso che registi cinematografici si dilettino nella direzione di opere liriche con risultati sempre più che discutibili. Eppure le aspettative sono sempre alte, quelle del pubblico inesperto ammaliato dal grande nome così come quelle del melomane che non vorrebbe assistere all’ennesima delusione di chi non ha capito che il cinema non è teatro, e tanto meno melodramma. Del resto servire su un piatto d’argento una produzione contemporanea di un’opera come il Don Giovanni e per di più firmata da affermato regista pluripremiato a Cannes come Michael Haneke, ha senz’altro permesso all’Opéra di Parigi di risparmiare in spese scenografiche senza perdere appeal sul pubblico, in linea con il binomio regista famoso-produzione anche scarsa. O perlomeno è quello che si deduce da quasi 4 ore di staticità dello spazio, il grigio ingresso di un’ impresa finanziaria che lascia intravedere una skyline stile Bund dalla grande finestra, unico spiraglio verso l’esterno fagocitatore dell’empio nel finale.  Ecco l’assistente personale del giovane direttore dell’azienda Don Giovanni, un Leporello incravattato che rivendica il suo diritto a fare il gentiluomo mentre sistema due tavolini da pausa caffè sempre imbanditi di vino e alcolici vari. Donna Anna, figlia del dirigente e erede del patrimonio, non sembra poi così sconvolta dalla violenza del protagonista. Haneke infatti descrive come un’imposizione paterna la relazione tra Anna e Ottavio, l’erede dell’impresa associata a quella del commendatore, e lascia trasparire una celata intesa tra l’ereditiera e Don Giovanni.
Tatiana Lisnic riesce a comunicare la sottile accondiscendenza di una relazione impossibile, giocando con slanci istintivi del corpo frenati da piedi che altalenanti sospingono verso l’empio, mentre Stefan Pop alias Ottavio, delude con un volume troppo debole a contagiare la saldezza del personaggio. Don Giovanni è un Erwin Schrott dalla voce inconfondibilmente timbrata che però non riesce a sfoggiare tutto il suo carisma nei panni dell’uomo d’affari, tanto che al protagonista sembra mancare qualcosa di caratterizzante, forse anche a causa di una fiacca complicità con Adrian Sâmpetrean, alias Leporello. Donna Elvira, Marie-Adeline Henry, dà prova di grandi capacità attoriali e colore vocale nella complessità di un personaggio che Haneke descrive come completamente dipendente da Don Giovanni, precedentemente impiegato proprio nell’azienda di provincia dove lavorava la malcapitata. E’ nel suo personaggio che si esprime efficacemente il talento cinematografico di Haneke in una curata trasposizione teatrale dove le pause tra un’aria e l’altra sono spesso estremizzate per calarsi nella realtà dei protagonisti, quasi a sostituire l’assenza di cambi scena, in un tempo che rimpiazza lo spazio. In questa routine aziendale, Zerlina e Masetto sono addetti alle pulizie, rifugiati dell’Est. Serena Malfi è una Zerlina impeccabile, dalla voce ferma e squillante, provocante e ingenua quanto basta nonostante la mise tutt’altro che seducente, così come Alexandre Duhamel, anche troppo virile e piacente per essere Masetto, che dimostra padronanza di fraseggio e timbro nitido.  Le luci di André Diot scandiscono lo scorrere del tempo e acutizzano la drammaticità di alcuni apici, unica fonte di dinamicità di uno spettacolo altrimenti fortemente cupo e asettico. La porta di un ufficio e un ascensore con effetti sonori, servono da contenitore per i colpi di scena e da aspettativa per l’ingresso di nuovi personaggi. L’angolo destro del palco è il giaciglio dei due scellerati che fanno combutta come se non potessero essere visti da chi agisce al centro della scena. I festeggiamenti per il fidanzamento di Zerlina sono risolti con inquietanti maschere di Miky Mouse indossate dal personale delle pulizie, le stesse che giustizieranno Don Giovanni sul finale, guidati da un commendatore un po’ splatter adagiato a manichino su una sedia girevole. La direzione di Alain Altinoglu è lenta ma probabilmente l’unica possibile in coerenza con le scelte del regista, il risultato è un’opera dilatata dove la vera contemporaneità è data dalla caratterizzazione dei personaggi, ma rimane il compartimento stagno di una resa incompleta. Foto © Vincent Pontet – Opéra national de Paris

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