PARIGI, OPÉRA GARNIER: “LE CHANT DE LA TERRE” DI JOHN NEUMEIER

Articolo pubblicato su GbOpera Megazine, 2 Marzo 2015

La nuova creazione di John Neumeier per l’Opéra di Parigi sarà probabilmente l’ultimo sodalizio tra il celebre coreografo americano trapiantato ad Amburgo e le note di Gustav Mahler. Lo ha dichiarato lui stesso nell’intervista a Sylvie Blin inserita nel libretto di presentazione de “Le Chant de la terre”, spettacolo in scena all’Opéra Garnier fino al 12 marzo.
Era il 1975 quando per la prima volta Neumeier trasponeva sui danzatori di Amburgo la partitura della Terza Sinfonia di Mahler entrata a far parte del repertorio del balletto dell’Opera di Parigi dal 2009.
“Le Chant de la terre” diventa quindi la chiusura di un ciclo fatto di corrispondenze, citazioni e ritorni. Di nuovo la compagnia di ballo parigina, di nuovo una partitura che si ispira alla letteratura e di nuovo una versione coreografata per Le Chant dopo quella di Mac Millan, peraltro danzata dallo stesso Neumeier nel 1965. In questo caso il riferimento letterario è esotico e remoto, i sei lieder sinfonici furono composti da un Mahler ispirato dai poemi Tang dell’VIII secolo. Il risultato è una partitura evocativa di immagini fluttuanti tra spirito e natura, dove i temi della giovinezza si scontrano con lo scorrere del tempo, la felicità si interfaccia con il dolore e l’illusione si può trasformare facilmente in delusione.
Così i poemi danzati di Neumeier non raccontano propriamente una storia, ma suggeriscono quadri bucolici dove lo spettatore è libero di cogliere l’aforisma guidato dai titoli dei lieder associati alle poesie. Sulla scena un tappeto trapezoidale ricoperto di erba sintetica, sul soffitto uno specchio rettangolare che riflette la scena, sul fondale un cerchio plasmato dalle luci che diventa sole, luna e eclissi all’occorrenza. Sulla scena, torso nudo e jeans, Florian Magnenet che si interfaccia con il suo doppio Vincent Chaillet mentre l’eterea dama bianca Dorothée Gilbert con passo cadenzato disegna le forme di un linguaggio neoclassico che ci è familiare, preciso e lineare, nella riproduzione corporea continua di quelle forme geometriche che decorano il palcoscenico. Il corpo di ballo e i solisti intervengono con canoni e unisoni perfetti favoriti dalle proporzioni angeliche e sinuose dei corpi, con tecnica e linee impeccabili. I costumi riprendono i colori della terra e della natura, nuance di foglie autunnali e grigio panna vestono danzatrici e danzatori con timidi riferimenti all’oriente: sono le cuciture e i colletti, fino ai tagli delle giacche del tenore Burkhard Fritz e del baritono Nikolai Schukoff che si alternano ai lati del palcoscenico come figure aliene alle atmosfere plastiche tracciate dai danzatori; è il volto di Sae Eun Park, danzatrice orientale che con la sua fisicità calibrata richiama la potenza meditativa della Terra di Mezzo.
Permea tutto lo spettacolo un effetto fortemente malinconico favorito dall’imperturbabilità dei danzatori e dal contatto delle luci sui corpi. Si passa dal crepuscolo al tramonto seguendo le fasi lunari in una dimensione atemporale scandita solo dall’incessante svolgersi della meccanica naturale. Lo spiazzo erboso diventa un luogo dove rilassarsi, rotolarsi, fantasticare, osservare, assorbire energie o struggersi per l’addio di una stagione che è anche l’addio alla giovinezza. L’acqua si manifesta in ciotole trasportate dai danzatori o visi sciacquati dall’ aria trattenuta tra le dita, il contatto con la terra è un toccarsi che diventa un abbraccio, è la rivelazione di se stessi, come traspare dal passo a due conclusivo del protagonista con il suo doppio.  Ma il nesso più profondo che calibra l’ampiezza e l’intensità di sfere e carezze tracciate nell’aria, quasi foglie che cadono dagli alberi disegnate da una mano, è quello con la partitura musicale. Così non è più importante capire se quella eterea figura bianca rappresenta la figlia di Mahler o la madre di Neumeier perduta da poco, mentre assumono rilevanza i corpi amalgamati, messaggeri di quella lieve cadenza esotica appena accennata nella partitura.
Il finale è la chiusura del cerchio che ne determina un nuovo inizio, è l’importanza dei momenti di silenzio che Neumeier riempie fedele al suo linguaggio, quasi il suo neoclassico si potesse astenere dal passo coi tempi e dalla variazione degli spazi, un’autoproclamazione della danza d’autore che sazia senza dover per forza stupire o reinventarsi. PhAnn Ray/OnP

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