IL BALLETTO DELL’OPÉRA DI PARIGI INTERPRETA ANNE TERESA DE KEERSMAEKER

Articolo pubblicato su GbOpera Megazine, 2 novembre 2015

Era il 1986 e Anne Teresa de Keersmaeker componeva l‘ultima delle quattro opere che avrebbero rappresentato il suo manifesto coreografico: Quartour n.4, (dopo Fase del 1982, Rosas danst Rosas del 1983 e Elena’s Aria del 1984), primo pezzo in scaletta nel triple bill che la nuova stagione dell’opèra de Paris dedica all’artista. Una delle numerose presenze contemporanee che il giovane direttore Benjamin Millepied ha previsto nell’ambito di quella che appare come una significativa operazione di rinnovo del repertorio di una delle compagnie classiche per eccellenza.
In scena sono pronte 4 sedie per i musicisti che dal palco suoneranno le note di Béla Bartòk, di fronte a loro un semicerchio di 4 danzatrici in nero, gonna leggera al ginocchio e scarponcino. L’inizio è scandito da un gioco di sguardi, sorrisi maliziosi e divertiti, naturali nella complicità di un istante che precede il turbinio di chaînés che riuniranno le ballerine al centro della scena. Il linguaggio Keersmaker è lì davanti ai nostri occhi, folklore e gesti quotidiani, cadute rotolanti e ripetizioni scandite di sequenze e canoni. Ognuna delle quattro splendide interpreti (Sae Eun Park, Juliette Hilaire, Charlotte Ranson e Laura Bachman) porta sul palco la propria personalità, i tratti somatici differiscono come le espressioni del viso, il focus è basso in un atmosfera di sogghigno introspettivo che sfocia in un fresco gioco provocatorio tra la loro femminilità, il pubblico e i musicisti. La storia che ognuna di loro nasconde con sorrisi di capelli accarezzati è lo spirito della giovinezza nelle mutandine bianche che tradiscono tanto rigore scuro e vengono mostrate al pubblico come ad un complice, è quella camminata ancheggiante negli sguardi sognanti che proviamo a interpretare.
La musica e i silenzi sono i protagonisti del linguaggio che lega intimamente danza e partitura musicale senza bisogno di alcuna impalcatura narrativa anche nel secondo pezzo in scena, Grosse Fugue di Beethoven, risultato della residenza della Keersmaeker all’opera Royal de la Monnaie nel 1992.
Una lampadina illumina i quattro musicisti che entrano in scena, poi sette uomini elegantissimi in abito scuro e camicia tra cui fa capolino un’unica donna, l’energica Alice Renavand dai lunghi capelli neri. La sequenza coreografica è un concitato coro di fughe, canoni, cambi di direzione repentini e passi saltati d’ensemble. E’ la celebrazione della mascolinità in un piacevole contrasto con Quartour n.4, sulle note di una musica che lo stesso Beethoven non ebbe mai modo di ascoltare, già privo di udito negli anni della composizione tra il 1924-1925. Anche in questo caso l’ideazione coreografica è uno studio dettagliato della partitura musicale e del contrappunto, i danzatori si alternano, poi prendono forza nel gruppo e poi ancora dialogano riproponendo il materiale coreografico con diversa intensità.
Il secondo atto è un altro universo, l’altra faccia della medaglia Keersmaeker che è abile nel concepire sulla quotidianità dei corpi la precisione matematica della musica ma diventa sorprendente nel ricondurre una trama poetica all’autenticità del proprio stile. Come accade in Verklärte Nacht, l’opera post romantica di Schönberg che compose nel 1899 ispirato dal poema di Richard Dehmel dall’omonimo titolo. Siamo nella foresta, un uomo e una donna passeggiano, lei gli dichiara il suo amore ma gli confessa di aspettare un figlio da un altro, dichiarazione che verrà accolta amorevolmente dal compagno: “ Il bimbo estraneo ne sarà trasfigurato e tu a me da me lo partorirai”.
Troviamo qui l’impianto narrativo che nel primo atto della serata era solo suggerimento. L’illustrazione diretta dei sentimenti non è risolta dalla Keersmaeker come il cronologico racconto triangolare (anche se la versione per tre danzatori esiste ed è stata portata in scena al Festival de Marseille a luglio scorso), bensì come una foresta che si anima di storie parallele, un ambiente ideato dallo scenografo Gilles Aillaud e scandito dagli encomiabili giochi di luce di firmati Vinicio Cheli. Marie-Agnès Gillot in gonna e maglietta, indugia in un reiterato susseguirsi di chiusure e aperture, vorrebbe rivolgersi all’uomo di spalle leggermente discosto dagli altri cinque, ma lui inizialmente sembra non ascoltare. Ben presto l’assolo si fonde in un convulso passo a due, che si ripete e confonde con l’arrivo delle altre sette danzatrici, Villi moderne in leggeri abiti bauschiani firmati Rudy Sabounghi. I piedi scalzi e la leggerezza delle linee ne fanno di ognuna la protagonista messaggera dello spirito combattuto e romantico della musica e del poema. Spicca l’eterea Émilie Cozette, impalpabile eppure così drammatica con la sua chioma bionda, continuazione di onde, curve e gesti del corpo. I danzatori sono tutti perfetti e estremamente puliti, forse troppo, ma come potrebbe essere altrimenti. Ci manca un po’ la profondità e la densità del lavoro al suolo privo di spigoli che la Keersmaeker ha stampato sui propri danzatori di Rosas, belli proprio perché meno fedeli alle proporzioni perfette dei canoni classici; ma il pubblico dell’Opéra Garnier avrà modo di ammirare anche loro: saranno la compagnia ospite in scena dal 26 febbraio al 6 marzo 2016. Ph. Agathe Poupeney – Opéra de Paris

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