L’alluvione resta un incubo per i beni culturali

Articolo completo pubblicato su Toscana24-Il Sole 24 Ore, 2 Novembre 2016

Se lo ricorda anche chi non c’era, che il 4 novembre 1966 l’Arno aveva deciso che non gli si addiceva più la definizione di “fiumicel” affibbiatagli da Dante nel Purgatorio. Una reazione d’ira alta sei metri scatenata nei seminterrati sazi di manoscritti, appesantita della nafta dei sistemi di riscaldamento, veleno per monumenti e dipinti, con una forza tale da staccare le formelle della Porta del Paradiso, al Battistero, e smembrare le armature ordinatamente esposte al piano terra del Bargello.

Il tesoro e il vanto della culla del Rinascimento, dilaniato da cinquanta milioni di metri cubi d’acqua. Ferite inestimabili, curate con iniezioni di restauro che hanno integrato le didascalie di quei manuali e fatto scuola in tutto il mondo.

A mezzo secolo dall’evento, Firenze non vuole farsi cogliere impreparata da un possibile nuovo impeto del fiume che la taglia a metà. Previsione inimmaginabile ma verosimile, secondo il rapporto 2015 sul dissesto idrogeologico in Italia elaborato dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Lo studio indica infatti la Toscana come seconda regione italiana con i valori piu alti di superficie a pericolosità media, cioè con aree in cui le alluvioni possono verificarsi ogni cento o duecento anni.
Il rapporto registra in regione anche il quarto numero più elevato di beni culturali a rischio, con il 20% del patrimonio dislocato in zone a pericolosità media. Sono Pisa e Firenze a contendersi il primato, qui i beni culturali in pericolo sono rispettivamente il 48% e il 39% del totale regionale (leggi anche: A Firenze 26 miliardi di danni da una nuova alluvione ).

La reazione dei grandi musei del capoluogo è stata in primis quella di non tenere le opere nei sotterranei, come ha recentemente confermato lo stesso Eike Schmidt, direttore della Galleria degli Uffizi (che ha sempre avuto i depositi in posizione elevata); e come testimonia il museo dell’Opera di Santa Croce, dove proprio nei giorni scorsi è stata nuovamente esposta al pubblico l’Ultima cena dipinta da Giorgio Vasari, gravemente danneggiata dall’alluvione del ’66 e restaurata dall’Opificio delle pietre dure, ora “protetta” da un sistema automatico di carrucole in grado di sollevare l’opera rapidamente in caso di emergenza (leggi qui ). Contemporaneamente gli istituti culturali fiorentini continuano ad interrogarsi sulle procedure da seguire per minimizzare il danno che una grossa alluvione tuttavia provocherebbe.

«Quando le autorità di bacino hanno realizzato che una calamità ambientale di pari portata si poteva ripetere sono stati redatti dei piani di salvataggio interni nelle varie realtà che custodiscono il patrimonio culturale fiorentino»: spiega l’ex soprintendente del polo museale fiorentino Cristina Acidini, curatrice insieme a Elena Capretti della mostra “Firenze 1966-2016. La bellezza salvata”, a Palazzo Medici Riccardi da fine novembre.
Piani di salvataggio partoriti a molta distanza dall’evento «perché i primi anni dopo l’alluvione le energie si sono concentrate nelle opere di restauro».

E’ infatti solo nel 2009 che si stabilisce un vero e proprio piano di emergenza per il salvataggio delle collezioni della Biblioteca Nazionale Centrale, dove l’alluvione danneggiò 1 milione e 200mila volumi e migliaia di schede di catalogo.
Furono invasi dalla melma anche i grandi formati palatini e magliabechiani allora custoditi nel sottosuolo perchè troppo grandi per entrare nei 18km di scaffalature dei fondi storici dopo il trasferimento della biblioteca dagli Uffizi all’attuale edificio in Piazza Cavalleggeri, avvenuto nel 1935.

«Un’alluvione come quella del ’66? Se ricapitasse un evento della stessa portata si potrebbe fare ben poco». A dirlo è Gisella Guasti, direttrice della sezione restauro della Biblioteca Nazionale di Firenze, dopo una lunga ed accurata descrizione della solida corazza che le roccaforti del patrimonio culturale fiorentino si sono costruite in questi 50 anni di elaborazione operativa del lutto. Perché di questo si è trattato, anche per quelle migliaia di vittime che non avevano mai respirato, ma riempivano vive i tomi di storia dell’arte studiati in tutto il mondo…

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