Teatri della costa, la complicata sinergia tra campanili

Articolo completo pubblicato su Toscana24-Il Sole 24 Ore, 11 ottobre 2016

«Un nume, un fato di te più forte ci vuole uniti in vita e in morte». E’ difficile riassumere meglio della Norma di Vincenzo Bellini, la situazione dei teatri di tradizione toscani, oggetto della proposta, lanciata dal presidente della commissione regionale per la ripresa economico-sociale della Toscana costiera Antonio Mazzeo, di una futura gestione e di un cartellone unitari.
La mozione, discussa alla presenza dei vertici dei tre teatri coinvolti (Carlo Goldoni di Livorno, Giglio di Lucca e Verdi di Pisa) e approvata a luglio scorso dal Consiglio regionale, mira a coinvolgere anche il Festival Puccini e porta a galla le due facce della medaglia che ogni processo di aggregazione sottende: da una parte la possibilità di una nuova vita, quella di sistema, per poter essere più concorrenziali nel panorama teatrale nazionale; dall’altra, il rischio di perdere l’autonomia artistica e l’identità territoriale, proprio quelle che queste istituzioni hanno la missione di valorizzare secondo la legge 800 del 1967.

Quelli che il Mibact definisce Teatri di Tradizione infatti, non sono altro che satelliti più piccoli e meno finanziati del calderone iper sostenuto dallo Stato che risponde al nome di “lirica” nella suddivisione operata per la distribuzione del Fondo unico per lo spettacolo (Fus). In tutto, queste piccole-medie imprese culturali sono 29 e mettono in scena 2.164 rappresentazioni l’anno, non solo di opera, ma anche di musica sinfonica, prosa e danza. Le tre realtà toscane, la Fondazione Teatro della città di Livorno Carlo Goldoni, l’azienda Teatro del Giglio di Lucca e la Fondazione Teatro Verdi di Pisa, insieme producono circa 290 recite ogni stagione e richiamano sulle poltrone di velluto circa 110mila spettatori, il 10% degli abitanti totali delle tre province costiere. Ci lavorano in tutto 1.135 addetti, di cui solo il 6% stabili; il 69% è composto da personale artistico, mentre il 25% è assunto con contratti stagionali o di collaborazione.
La proposta di un percorso sinergico da parte della Regione prova a concretizzarsi proprio alla luce di un andamento virtuoso (se paragonato alla situazione delle fondazioni lirico-sinfoniche, che scontano ancora il prezzo di anni di gestione sconsiderata) e della contrazione dei fondi statali e regionali.
In Toscana i tre teatri ricevono dal Ministero il 15% delle loro entrate, il 42% proviene invece da Regione e enti locali di cui un sostanzioso contribuente è la Provincia, solo il 10% è frutto di finanziamenti da parte di privati mentre il restante 27% delle risorse viene dal botteghino con un incasso di circa 370mila euro. La fetta di contributi della Regione (6%) si sta assottigliando sempre di più: da 600mila euro complessivi nel 2014, è scesa a 510mila nel 2015, e quest’anno si è fermata a 470 mila euro.

«Il nostro obiettivo – spiega il consigliere regionale Antonio Mazzeo – è quello di creare un modello che preveda, anche per le Fondazioni teatrali così come per i Comuni, incentivi economici per coloro che decideranno di mettersi insieme. Questo consentirà di avere maggiori risorse a disposizione per aumentare la qualità e il livello dei servizi. Due principi di fondo non dovranno essere toccati: il mantenimento dei livelli occupazionali e l’identità territoriale di ogni singola realtà».

Una promessa che suscita le perplessità del direttore generale del Teatro Goldoni di Livorno, Marco Leone: «Benché non esista ancora un progetto reale – commenta – ci è stato presentato come un’iniziativa di risparmio e quindi cerchiamo di capire cosa significhi. Se si tratta dell’ennesima scatola cinese di enti che si sovrappongono a fondazioni e il risparmio si traduce in un raggruppamento dei servizi e in una razionalizzazione del personale, noi non siamo d’accordo…..

 

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